Claudia Potycki: la moda contro la sessualizzazione e la mercificazione dei corpi
La giovane designer italiana ha fatto della passione per la moda una vocazione artistica capace di veicolare messaggi significativi e autentici
Cresciuta in un piccolo paese del nord Italia, Claudia Potycki ha sviluppato una passione per la moda sin da bambina, alimentata dalle mani esperte di sua nonna sarta. In un mondo fatto di scampoli di tessuto e modelli inventati, ha iniziato a disegnare i propri vestiti, facendo talvolta replicare dalla nonna modelli visti nei negozi o sulle pagine delle riviste.
“Non penso di aver mai avuto altro per la testa se non la moda, almeno riguardo alle possibilità lavorative”.
– Claudia Potycki
Questo mondo, per lei, è sempre stato un’autentica vocazione che l’ha accompagnata per tutta la vita.

Ha iniziato a frequentare il corso di Fashion Design presso lo IUAV di Venezia, un’esperienza formativa che si è rivelata non semplice.
Tra nuove competenze da acquisire e le pressioni accademiche, ha attraversato momenti di crisi identitaria, smarrendo temporaneamente la propria visione.
Tuttavia, questo periodo di incertezza ha rappresentato un momento di svolta, permettendole di riconsiderare il suo rapporto con la moda e di chiarire la direzione da seguire.
È stato dopo l’università che ha iniziato a mettere in ordine le idee e a capire quale fosse la strada giusta da intraprendere. Il punto culminante è stata la sua collezione ‘Fame’, presentata come progetto di laurea, che ha scavato nel profondo delle sue esperienze personali e nella sua percezione dell’immagine femminile dei primi anni 2000.



Ispirata ai suoi idoli d’infanzia e ai primi rapporti del pubblico con figure iconiche come Paris Hilton, Christina Aguilera e Britney Spears, ‘Fame’ è una critica sottile alla sessualizzazione del corpo femminile imposta dallo sguardo maschile.
La collezione ha rappresentato un tentativo di liberarsi da certe dinamiche, creando abiti che esprimessero autenticità e autonomia senza compromessi, rappresentando ciò che di quel tempo percepiva come interessante senza essere influenzata dalla società.
Alla conclusione di ‘Fame’, la designer ha potuto stabilire un rapporto più autentico tra abito e corpo, trovando la libertà di esplorare una moda concettuale.



Questo nuovo approccio l’ha portata ad approfondire una visione del fashion design che va oltre la semplice estetica, concentrandosi invece su come la moda possa raccontare storie e creare significati.
Sebbene non si consideri influenzata da nessuno in particolare, cita tra i suoi riferimenti nomi come: Yohji Yamamoto, Rei Kawakubo per COMME des GARÇONS, Martin Margiela, Alexander McQueen, Hussein Chalayan e Miguel Adrover.
Oggi, Claudia continua a esplorare nuovi orizzonti come freelance, lavorando con diverse realtà per arricchire la sua prospettiva e consolidare la sua visione concettuale della moda.
Convinta che l’ispirazione possa arrivare dagli ambiti più disparati, cerca sempre di non farsi condizionare dalle aspettative tradizionali della professione.



Il suo obiettivo è trovare modi nuovi e personali di raccontare storie attraverso gli abiti, per costruire una realtà visiva unica e coerente.
Anche se la tentazione di lanciare un proprio brand è forte, per ora preferisce concentrarsi sulla pura espressione creativa, evitando le pressioni del mercato.
Le sue collezioni, frutto di passione e ricerca, non vengono vendute, ma condivise con chi ne riconosce il valore artistico.
Con uno sguardo fiducioso al futuro, crede fermamente che il mondo della moda possa ritrovare il suo equilibrio, ponendo nuovamente al centro creatività e innovazione, e quando quel momento arriverà, sarà pronta a mettersi in gioco, con tutta la forza delle sue idee e della sua visione.