Art

Catturare l’impossibile: le muse di Javier Sarmiento 

La ricerca di un legame tra artista e soggetto attraverso la pittura

Nato a Città del Messico nel 1998, Javier Sarmiento – o “Javi”, come preferisce essere chiamato – ha vissuto la sua infanzia in Guatemala, per poi tornare a vivere in Messico.

Pittore eclettico, ha iniziato disegnando le eroine dei film Disney: Ariel, Belle, Nani. Javier dipinge soprattutto figure femminili, e inizia proprio riproducendo immagini indissolubilmente intrecciate all’infanzia della sua generazione.

Quella per i soggetti femminili è una sorta di ossessione: il legame molto forte con la madre e le due sorelle potrebbe essere un motivo, l’istinto creativo è dunque per lui un collegamento ideale alla femminilità.

Fin da quando è bambino inizia a riprodurre disegnando i personaggi che lo incantano lasciandosi guidare dalle forme.  

Javier Sarmiento.

Sembra scontato, ma “ricopiare” è un concetto che ha molto a che vedere con le arti figurative, oggi, ma anche con l’ecosistema di immagini in cui la Generazione Z si è trovata a crescere.

Certo, il recupero di immagini preesistenti, la resa iper-reale e quasi fotografica dell’opera, la metariflessività dell’arte, non sono riflessioni da attribuire a un bambino che cerca ogni superficie utile – poco importa che sia carta, pelle o muro – per disegnare qualcosa, abbozzare forme e figure, creare.

Ma “fare immagini di altre immagini” è una pratica quasi ineluttabile oggi, diffusa nell’arte come nella quotidianità.

E in qualche modo, ricalcare le figure dei personaggi dei cartoni animati, è un gesto nella sua innocenza emblematico di come l’umano viva ormai in un’epoca satura di stimoli visivi.  

Forse è anche per questo che, nelle opere di Javi, è percepibile la consapevolezza della natura effimera di un’immagine.

I suoi soggetti femminili, marcati nei tratti e ariosi nell’incarnato, spesso si confondono con i suoi sfondi così materici.

Javier le chiama “muse”, perché quando si concentra su una di loro, la riproduzione della sua figura diviene una vera e propria ossessione umana, prima che artistica.

Sembrano colte in momenti epifanici, rivelatori di un’intimità o di una verità. Colte, esatto, come farebbe un dispositivo fotografico, perché il tratto di Sarmiento cattura pose naturali, immediate, capaci di far percepire la carne e l’odore del momento che rappresenta.

Nonostante la marcata espressività delle sue opere, il suo sguardo è quindi documentario, e si avvicina all’effetto di un’istantanea fotografica.

La pasta cromatica aggettante, percepibile ai sensi, gli strappi nella tela, i soggetti rifratti in più supporti, il sezionamento anatomico e materico delle sue opere, sembrano quasi atti di ribellione, tentativi di attestare l’immagine come un oggetto del mondo, più che una rappresentazione.   

L’interesse quasi ossessivo per la figura umana, la nudità, l’intimità, l’isolamento privato dei suoi soggetti, sembrano invocare un ritorno al qui e ora, all’essere connessi sì, ma con il presente.

Per Javier è necessaria l’energia che si crea tra artista e soggetto, tra sguardo e oggetto guardato. L’intento rimane quello di ritrarre i suoi soggetti non lasciandosi governare dal proprio sguardo, ma cercando di percepire ed esprimere la visione che il soggetto stesso ha di sé.

Raggiungere insomma, un grado di introspezione tale da far coesistere sulla tela forma ed emotività, immagine e intimità. Ma soprattutto, instaurare qualcosa che in un tempo di schermi e mediazioni ha un sapore rivoluzionario: una relazione umana, una completa sintonia con l’altro quasi impossibile da ottenere. 

I suoi ritratti – ispirati da Bacon, Saville, Krims – sembrano una sorta di controcampo all’affollamento di stimoli, al bombardamento chiassoso di altrove ai quali possiamo collegarci in ogni momento.

In fondo, quelle di Javier Sarmiento, sono opere in cui spesso i soggetti hanno lo sguardo diretto verso di noi, mentre li osserviamo.

Come se il supporto della tela, quasi sparisse, e le immagini potessero guardarci, spiarci e in fondo, crearci. Sembra un paradosso, ma è l’attestazione della certezza che oggi, le immagini ci condizionano, plasmano e formano come identità. E fare arte consapevoli di questo, non è che un ottimo punto di partenza.  

About Author /

Matteo Bonfiglioli nasce a Modena a metà anni novanta. Allo scoccare del millennio impara a scrivere e si innamora del cinema e del teatro. È proiezionista, recensore, monologhista e fruitore seriale di ogni tipo di narrazione. Laureato all’Accademia di Belle Arti di Bologna in Cinema, Fotografia e Televisione e diplomato all’Università IULM di Milano in Drammaturgia e Arti del Racconto, scrive su diverse riviste di Cinema e Cultura. Continua a studiare e amare la finzione che parla della realtà.

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