In conversazione con Ludovica Di Donato: distruggersi per ricostruirsi

L’attrice dona il suo vissuto in un’intervista a Not Yet per condividere e rivelare i successi, le sofferenze, le soddisfazioni e le fragilità che il mestiere dell’artista comporta

Oltre a Roma, sua città natale, Ludovica Di Donato ha due residenze: “una casa di proprietà a teatro e una in affitto al cinema”, come afferma lei stessa.

Lo scorso anno l’abbiamo vista in scena alla Sala Umberto con ‘La signorina Papillon’, sotto la regia di Piero Di Blasio, mentre a febbraio 2024 è uscito ‘Pensati sexy’ su Amazon Prime, un film diretto da Michela Andreozzi.
Il lavoro però l’ha portata anche in tv, sui social – dove ha raggiunto il successo imitando alcuni personaggi della scena e della cultura popolare italiana – e davanti a molti giovani aspiranti attori a cui insegna recitazione, un’esperienza iniziata durante la pandemia attraverso corsi virtuali.

Ludovica Di Donato.

Ludovica ci racconta il suo lungo percorso formativo e professionale, passando per tutte quelle sfide, personali e lavorative, che si è trovata ad affrontare. 

La tua carriera è davvero strabiliante: dagli studi in giurisprudenza, passando per la recitazione, al master in comunicazione digitale, fino all’insegnamento, spesso facendo più cose contemporaneamente. C’è un’esperienza che ti ha segnato maggiormente, in ambito professionale e personale? 

In ambito personale il lockdown è stato un punto di svolta nella mia vita, non solo per i social ma perché mi ha dato la possibilità di fermarmi e, metaforicamente parlando, di potermi distruggere e ricostruirmi come persona e professionista. Un anno e mezzo prima venivo da un periodo di grandissima crisi personale e lavorativa: stavo lasciando il mondo della recitazione per dedicarmi al diritto, poi è subentrato anche il master in comunicazione, e dopo è successo tutt’altro. 
Anche l’università è stata particolarmente incidente, perché mi ha dato un metodo di studio e un approccio alla vita, mi ha insegnato a stare ferma su un libro a differenza di adesso che è tutto veloce, a scorrimento rapido. 
Professionalmente parlando, è stato cruciale un periodo. Quando ero alle prime armi il fato ha voluto che si concatenassero conoscenze sbagliate che con il tempo mi hanno portata ad avvelenare il mio lavoro da attrice. Quello è stato anche il motivo per cui ad un certo punto ho capito che quella tossicità non la volevo più e ho detto basta. Dall’altra parte sono stata molto fortunata perché adesso non ho più quell’attesa economica e soprattutto quella pressione psicologica. In Italia di solo teatro non si mangia, ma la vita mi ha dato la possibilità di avere altre fonti di reddito, che siano i social, l’insegnamento, o i set. Mi sono liberata di quella tossicità, e ho avuto finalmente la libertà di potere lavorare con chi voglio sia professionalmente sia umanamente parlando. 

Per quanto riguarda il teatro, lo definisci la tua casa. Sei stata diretta in oltre trenta produzioni, passando persino per le sale dei teatri Brancaccio e Sistina di Roma. È stato un percorso semplice? 

È stato un percorso molto complicato e faticoso. È stato impegnativo comprendere ed accettare che il lavoro dell’attrice fosse effettivamente il mio. Fino al momento del lockdown non lo raffiguravo e non lo rispettavo in quanto tale. Capita spesso che mi si chieda su social “Ah sei un’attrice, che film hai fatto?”. Ecco, io posso dire di avere fatto tanti film, non sono famosa ancora in quel senso lì, ma vengo da quindici anni di teatro. Lo sapevo che ad un certo punto sarebbe diventata quella la mia strada, ma la difficoltà era riconoscermi nell’attrice che lo fa di mestiere, accettare il fatto che sarebbe stato il mio lavoro per tutta la vita. 

Ludovica Di Donato in ‘La signora Papillon’, foto di Massimiliano Fusco.

Il tuo obiettivo è la creazione, l’emozione e il senso di condivisione che s’instaura tra i tuoi personaggi e il pubblico. L’audience tangibile di uno spettacolo teatrale empatizza diversamente rispetto a quella virtuale dei social? 

È una domanda interessante, non ci ho mai pensato. Sicuramente l’attività di scambio sui social è maggiore, il tasso di persone che vedono un mio video o commentano sui social è più alto rispetto a quello delle persone che converto nel pubblico che viene a teatro. Questo per numerosi motivi: non tutti i miei follower sono di Roma per cui non possono venire, non tutti sentono l’esigenza di volermi vedere anche di persona, altri invece ho il piacere di vederli in platea e da parte loro riscontro una voglia di conferma. Molte volte mi viene detto “Ero curioso di vedere se quello che vedevo online sarebbe stato all’altezza anche dal vivo”. Devo dire che noto sempre di non deludere il pubblico. Alcuni di loro sono tornati ad altri spettacoli ed è molto gratificante. Nel momento in cui assistono a una performance dal vivo, è come se la fisicità vada a confermare un legame che è già forte direttamente sul digitale e questo per me è una grande vittoria. 

Foto di Azzurra Primavera.

Restando sul digitale, tra i tuoi personaggi più noti c’è quello della mamma, per la quale hai preso ispirazione dalla tua. Hai un rapporto speciale con lei? 

Non lo reputo speciale, trovo che sia il tipico rapporto con una mamma, forse è il motivo per cui bene o male rappresenta il 90% di quelle italiane. È un rapporto che è maturato nel tempo: era conflittuale da adolescente e piano piano si è evoluto in uno più da donna a donna. Essendo cresciuta parliamo diversamente, ci confrontiamo e scontriamo su tantissimi argomenti perché esce fuori il carattere diverso ma soprattutto il bagaglio dei periodi storici in cui siamo vissute. Mamma è nata nel 1951, quindi per certe cose è un po’ anacronistica e ancorata a dei valori un po’ lontani da me, però non gliene posso fare una colpa e nemmeno pretendo di cambiarla. Tuttavia riconosco il valore aggiunto che ha dato alla mia vita, dal punto di vista educativo, culturale e morale. Così un giorno, per caso, ho dato la sua voce ad un personaggio accorgendomi del fatto che quello che diceva lo ripetevano quasi tutte le mamme, per cui ho realizzato quanto questo personaggio abbracciasse buona parte della cultura italiana. 

Quando sei stata presa all’accademia di recitazione a Roma, è stata proprio lei a convincerti ad accettare. Senza la sua spinta e il suo supporto pensi che avresti preso un’altra strada? 

Fu lei ad indicarmi l’accademia del Teatro Quirino di Roma, perché ha sempre riconosciuto in me un talento. Non mi ha mai negato le possibilità, mi ha sempre detto “Tu puoi fare quello che ti pare, basta che ti laurei perché se non dovesse diventare il tuo lavoro hai il pezzo di carta che ti può aiutare in un altro modo”. Ci sono altri che sbarrano la strada ai propri figli, magari per paura. I miei mi avevano messo solo questa condizione sine qua non. Questo è stato il mio modus operandi, ed è quello che consiglio ai ragazzi a cui insegno. Alcuni colleghi ritengono che un allievo attore che ha un piano b non si impegnerà mai al massimo. Invece nel mio caso è stato avere la strada alternativa a darmi la spinta per provarci fino alla fine, in modo tale che non avessi rimpianti. Poi a trentun anni mi sono laureata, mi sono stancata e ho capito che non ce la facevo più, volevo una vita più serena, però sapevo di avercela messa tutta. Sono scelte. 

Foto di Chloe Car.
Foto di Azzurra Primavera.

Il tema di questo issue è la salute mentale. Sui social hai dedicato alcuni contenuti molto toccanti all’argomento, parlando della tua storia personale. Oggi è ancora un tabù ma a piccoli passi, seppur timidi, se ne sta dando sempre più voce. Mi chiedevo se nel mondo dello spettacolo si percepisse una maggior sensibilizzazione sul tema. 

A me non sembra e invece se ne dovrebbe parlare molto di più. Perché gli attori sono estremamente fragili, sono esseri viventi che devono sottostare continuamente al benestare e all’approvazione di qualcun altro. Ciò psicologicamente, anche in maniera inconscia, incide tanto. 

Come pensi che si possano aiutare le persone a parlarne di più? 

Forse anche già riuscire a raccontare e condividere la propria esperienza può essere d’aiuto. Io racconto quello che mi è successo, come ho vissuto e affrontato determinati problemi e magari può essere uno spunto di riflessione per il prossimo. Soprattutto perché chi fa il nostro mestiere è sempre alla ricerca di sé stesso; lavorando su un personaggio, infatti, si compie una ricerca del proprio io e avere maggiore consapevolezza e centralità può aiutare a stare meglio, sia nel lavoro che nella vita quotidiana. C’è chi sostiene che l’artista debba soffrire, perché se non c’è sofferenza non c’è creatività. Io ci credo in parte, ciò che serve è l’equilibrio. Purtroppo l’essere umano, al di là del lavoro che fa, si troverà a soffrire. Quindi perché crearsi ulteriore sofferenza? Perché questo masochismo? Mi piace però fare tesoro di quello che mi è successo, nella vita privata ma anche per il mio lavoro, perché è il bacino a cui posso attingere per mettere umanità a disposizione di un personaggio, quindi comprendere meglio il suo punto di vista. 

Dicono che la recitazione sia un buon esercizio per chi affronta problemi di natura psicologica. Ti trovi d’accordo? 

Sì assolutamente. Sicuramente è un buon esercizio per imparare a conoscersi, ad acquisire maggior sicurezza con la parola, con l’altro. Studiare recitazione insegna a mettersi in discussione, ad imparare ad avere consapevolezza del proprio corpo, ad esprimersi, magari anche spezzare quelle catene che ti tengono legato. La recitazione, soprattutto il teatro, insegnano il rispetto per l’altro, per lo spazio, per quello che ti succede intorno, avere consapevolezza della tua presenza senza dimenticare il contorno, inteso sia come luogo sia come esseri umani. Insegna a stare in ascolto sull’altro, non soltanto sulla propria voce. Occhio a scambiare lo studio della recitazione con l’intraprendere un percorso di psicoterapia. Sono due mondi diversi: un conto è l’esplorazione, la ricerca e la scoperta di un qualcosa di risolto per poi metterlo a servizio di un personaggio, un conto è affrontare e analizzare problemi o traumi e scoprirne gli strumenti giusti per affrontarli. 

Ludovica Di Donato al Festival del Cinema di Roma, foto di Vittoria Fenati Morace.

Oltre ai traguardi già raggiunti hai altri sogni nel cassetto? 

Sogno di fare molto più cinema di quello che faccio adesso. Sto incrementando questa attività e spero di continuare con ruoli sempre più importanti, perché sento di poterlo fare, lo voglio fare e spero di poter dare molto al cinema italiano. 
Poi continuare anche a fare il mio teatro con amore. Io dico sempre che il teatro è la mia casa di proprietà, mentre al cinema sono in affitto, ma sono sicura che anche al cinema mi comperò un appartamentino. Nello specifico un grande nome che mi ha sempre affascinato, vuoi perché amo i suoi film e la lettura che dà sempre alle sue regie umane, è Ozpetek. Poi Verdone, venderei veramente l’anima al diavolo per lavorare con lui. 
Infine direi di voler continuare a fare quello che già sto facendo, sempre meglio, sempre di più, senza snaturarmi. 

Ludovica Di Donato per Ownidea Studio, foto di Alessandra Pecchia.

Su cosa ti sei concentrata ultimamente? 

Nel 2024 sono usciti alcuni progetti sulla Rai ma un paio di cose non le posso ancora spoilerare purtroppo. Lo scorso maggio sono tornata in scena a Milano con ‘Una donna per amico’, uno spettacolo che avevo già fatto a Roma, mentre a settembre ho pubblicato il mio primo libro, ‘Tutto quello che non dovrei essere’, per Giunti Editore. Per il resto continuo con il mondo social e con l’insegnamento. 

A proposito, siccome sei anche insegnante di recitazione, che consiglio daresti ad un giovane aspirante attore? 

Di non limitarsi, nel senso di non farsi influenzare da quello che vede, soprattutto in questo momento storico in cui sembra tutto molto facile, in cui i ragazzi giovani hanno un boom di successo. Non è sempre così. Il settore della recitazione è come un universo con infiniti buchi neri, quindi è impossibile stabilire come una carriera possa andare. Per cui cercare di rimanere più umili possibili, sviluppare un’intelligenza emotiva, cercare di stare in ascolto col mondo e con gli altri. È un ambiente difficile, bisogna essere caparbi e non mollare. E soprattutto, se si decide di mollare capendo di non farcela più dopo tanto tempo che uno ci ha provato, non vederla come un fallimento ma come una cosa normale. Prima di essere attori siamo esseri umani con desideri, esigenze, quindi non va vissuta come una sconfitta anzi è una dimostrazione di grande intelligenza, perché fare questo lavoro è una scelta di vita. Però è il lavoro più bello del mondo e nonostante sia così complicato, scegliamo di farlo ogni giorno. 

About Author /

Maria Bandieri nasce nel febbraio del 1999 a Scandiano, Reggio Emilia. Sin da piccola matura una grande passione per le diverse forme di arti figurative, ma soprattutto per il mondo della moda. Nello stesso tempo si avvicina alle discipline umanistiche, fino a laurearsi in Lettere Moderne presso l’Università di Bologna nel 2022. Presto proseguirà gli studi nell’ambito della comunicazione. Scrivendo articoli su Not Yet Magazine, oggi trova modo di coniugare i suoi interessi con un'altra grande passione: la scrittura.

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