Intervista a Giuseppe Gradella: fotografare in apnea per fare emergere la luce
Celando i suoi soggetti dietro superfici che sfiorano il visibile ci rivela mondi nascosti oltre la realtà, le sue immagini evocano un senso di apnea, sospese tra ciò che appare e ciò che si svela
Giuseppe Gradella è un fotografo di origine mantovana con una formazione da Architetto. I suoi scatti, seppur intrisi di creatività tanto da riuscire ad abbracciare sfere fotografiche eterogenee come la moda, l’architettura, la fotografia fine art, hanno però un fattore comune: il disvelamento.
Gradella ha infatti a cuore la sensazione dell’apnea che pare essere la sua guida durante lo scatto e che gli permette di cogliere ciò che si cela sotto la superficie.
Proprio di questo, e di tanto altro, abbiamo parlato durate la nostra intervista.

Dopo la sua carriera di studi in Architettura come è approdato alla fotografia?
Nel periodo in cui studiavo Architettura c’era molto fermento fotografico all’interno degli spazi autogestiti della mia facoltà, avevamo anche una camera oscura a libero accesso e spazi dove esporre, ma allora preferivo guardare i lavori dei miei amici piuttosto che fare qualcosa personalmente, non mi sentivo all’altezza o forse era un linguaggio che all’epoca non avrebbe permesso di esprimermi come avrei voluto. Negli ultimi due anni sono tornato a scattare anche su pellicola usando il medio formato della Hasselblad 500 C/M. Alla fotografia sono approdato tardi, dopo almeno dieci anni dalla laurea, ci sono arrivato grazie alla mia compagna che, così per provare, ci aveva iscritto ad un gruppo fotografico (al tempo ce n’erano molti) perché a lei piaceva fotografare e voleva che ci fossi anche io. È iniziato un po’ tutto per caso, come per caso scegliamo di portare via da una spiaggia un sasso in particolare, anziché altri milioni di suoi simili.


Quella di fotografare prevalentemente o quasi esclusivamente donne è una scelta razionale o una casualità iniziale che si è poi trasformata in regola?
È difficile parlare di regole per me in fotografia, quello che cerco nelle mie immagini è qualcosa che arriva senza premeditazione. La figura femminile mi permette di esprimermi al meglio, non so esattamente perché. I motivi potrebbero essere legati alle figure classiche dell’arte, oppure a qualcosa di più lontano legato alla mia infanzia, cerco sempre qualcosa di protetto e appena accennato, qualcosa che assomiglia più a un ricordo e a una possibilità, che alla verità di un documento.
Nella sua fotografia sembra essere un tratto comune l’elemento “sbiadito”. Spesso i volti o le porzioni di corpo vengono intraviste e le tecniche o i materiali che utilizzati sono estremamente eterogenei e creativi.
Come dicevo prima mi piace ciò che è indeterminato e “al sicuro”, mi piacciono gli affacci, non le facciate. Sin da piccolo, nei viaggi che facevo in macchina, mi perdevo a sognare cosa succedesse dietro alle finestre delle case che mi sfrecciavano accanto e da cui intravedevo brani di vita. Sono sempre stato timido e ad un certo punto ha deciso di venire un po’ a galla, ma restando sempre un po’ in apnea.


È una tecnica che sicuramente costituisce una sua firma. Che messaggio vorrebbe lanciare, dietro a quelle sfocature?
Non sono bravo a lanciare messaggi, le cose che realizzo, in fondo, le realizzo per me soltanto, nascono da un’esigenza personale e i mezzi che utilizzo sono solo le cose che so fare. Ammiro l’arte e la tecnica di tante persone che orbitano nel campo dell’arte, ammiro tutto ciò che io non riuscirei mai a fare.
Può spiegare cosa prova quando scatta? Quale sensazione la guida?
È simile ad un innamoramento adolescenziale, qualcosa di corporeo e inspiegabile, qualcosa che ha a che fare con l’innocenza perduta, ma anche con un mondo più adulto, carnale ed intellettuale. È una sorta di scoperta che si protrae nel tempo e nello spazio. Penso sempre alle immagini come ai versi di certe poesie, a parole ben miscelate che sanno creare mondi diversi al cambiare di chi le guarda o le legge.


Spesso lei ha detto di paragonare le fotografie ad uno stato di apnea. Può spiegare meglio cosa intende?
Come accennavo, sono un animo timido che però possiede una caparbietà non indifferente. L’apnea è uno stato di attesa e sospensione che ci permette di gravitare in uno spazio dove non potremmo respirare, ma che ci attrae. Io amo immergermi e sognare di poter rimanere sott’acqua come gli esseri del mare. L’apnea è anche una condizione d’animo: a volte aspettare, soffermarsi e trattenere un giudizio o un’azione ci permette di valutare meglio noi stessi e gli altri e a volte di rinunciare. Trovo che la rinuncia spesso sia un atto di estremo coraggio e assoluta bellezza.


Lei è un fotografo molto versatile. Tra i suoi lavori appaiono scatti di matrimoni, architettonici, fotografia fine art. Se dovesse scegliere uno stile su tutti, quale sarebbe?
Lo stile per me è sempre lo stesso, cambiano gli ambiti e i soggetti, ma dietro all’obiettivo ci sono sempre io. Se dovessi scegliere uno stile sarebbe quello che mi permetterebbe di comunicare il più possibile ciò che di bello c’è in ogni situazione, che sia l’abbraccio di due innamorati o gli interni meravigliosi progettati da un architetto.
Ci sono fotografi che hanno influenzato la sua fotografia oppure che l’hanno profondamente ispirata?
Fotografi e artisti di ogni genere. Il cinema mi ispira più della fotografia, la letteratura mi ispira più della pittura. Tra i fotografi ho amato molto Saul Leiter, Luigi Ghirri, Sally Mann, tra i registi Kubrick, Tarkowski e recentemente Chazelle.


Cosa pensa sia fondamentale per diventare un fotografo professionista? Cosa le ha permesso di tradurre una passione in mestiere?
Io sono stato aiutato a livello professionale ed organizzativo dall’aver fatto per quasi vent’anni l’architetto, questo può essere visto come un vantaggio, ma a volte è limitante: anche quando realizzo un ritratto penso da architetto, mi preoccupo più della composizione dei pieni e dei vuoti che dell’espressioni di uno sguardo. Sono pignolo e anche questo deriva dalla mia formazione. Per essere professionisti e soprattutto professionali nel campo della fotografia oggi bisogna essere presenti, trasparenti, propositivi, non farsi sottomettere da input illogici, saper dialogare, saper aspettare, trovare soluzioni e a volte compromessi, che ci permettano comunque di esserci sempre in ogni scatto che realizziamo.
La sua fotografia, di qualsiasi stile si tratti, è misteriosa, profonda ed eloquente. Sono certa che però ad ognuno parli in modo diverso. Cosa vorrebbe che comunicasse principalmente?
Mi ripeto, verrei che continuasse a parlare con me un dialogo privato e personale, esclusivo al punto da piacermi sempre, anche dopo anni dal nostro primo incontro. La fotografia, non l’ho detto prima, è si per me innamoramento, ma anche la costruzione di una storia d’amore. Io mi invaghisco di certe immagini, mai dei soggetti: le persone cambiano, i ricordi rimangono.


C’è una citazione, una frase o una parola che pensa possa descriverla in quanto fotografo?
Qualcuna mi sembra di averla già scritta o parafrasata, ma direi la frase di un romanzo bellissimo di Maurizio Maggiani (‘Il viaggiatore notturno’ edito da Feltrinelli): “Solo quando non so dove andare so che arriverò da qualche parte. Solo quando ho una meta so che non arriverò mai”.
Infine, questo numero è dedicato al rapporto tra creativi e natura. In qualche modo, la sua fotografia è influenzata dagli elementi naturali?
Direi di si, soprattutto dalla luce. La luce è un’onda elettromagnetica , ma allo stesso tempo composta da particelle, i fotoni. Si propaga per l’universo e arriva fino a noi, permette la vita sul nostro pianeta e allo stesso tempo ce la rivela, se penso alla natura in una foto penso proprio a questo.

